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	<title>almost CURATORS &#187; video</title>
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	<description>E se Duchamp avesse collezionato farfalle? / What if Duchamp had collected butterflies?</description>
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		<title>Video star &#8211; Anna Franceschini</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Dec 2013 11:55:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pia Lauro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il disvelamento di più mondi che sulla terra convivono, nei quali si riconosce un particolare punto di attrazione che diviene il principio e l’origine della trasformazione messa in atto dall&#8217;azione artistica. E’ questo il fulcro del lavoro di Anna Franceschini, artista italiana, classe 1979, che oggi vive e lavora tra Amsterdam e Milano. Franceschini lavora [&#038;hellip]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il disvelamento di più mondi che sulla terra convivono, nei quali si riconosce un particolare punto di attrazione che diviene il principio e l’origine della trasformazione messa in atto dall&#8217;azione artistica. E’ questo il fulcro del lavoro di Anna Franceschini, artista italiana, classe 1979, che oggi vive e lavora tra Amsterdam e Milano.</p>
<div id="attachment_1558" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/armadietti-copy.jpg"><img class="size-medium wp-image-1558 " alt="courtesy: the artist and Piccolo Artigianato Digitale - Milano" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/armadietti-copy-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Pattini d&#8217;argento &#8211; courtesy artista e Piccolo Artigianato Digitale &#8211; Milano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Franceschini lavora da sempre con il video; l’esplorazione dello spazio attraverso l’obiettivo della macchina da presa le permette una destrutturazione da un punto visivo intercettato, grazie alla quale riesce a mostrare nuovi mondi, nuove possibilità visive, interpretative ed emotive. La scoperta di nuovi mondi attraverso la frammentazione di ciò che è visibile ai più è vissuto come un viaggio nella propria intimità, nei propri ricordi, nella propria memoria. Il frammento attira Franceschini di più per la sua funzione significante, che per il suo significato: “Il frammento ha per me una funzione parallela a quella dell&#8217;aneddoto, un piccolo dispositivo che aiuta la memoria a stabilirsi, a fluire e a riempire tutte le pieghe”.</p>
<div id="attachment_1552" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/FRANCESCHINI_10.jpg"><img class="size-medium wp-image-1552  " alt="Pattini d'argento - courtesy artista e Piccolo Artigianato Digitale - Milano" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/FRANCESCHINI_10-300x201.jpg" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Pattini d&#8217;argento &#8211; courtesy artista e Piccolo Artigianato Digitale &#8211; Milano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Osservando le opere di Franceschini si ha la sensazione che ogni lavoro nasca da un incontro con luoghi, oggetti e persone, sublimati in un lavoro finale e omogeneo. L’individuazione del soggetto da riprendere non comporta una scelta – azione vissuta dall’artista come un atto luttuoso e pieno di dolore – ma si sviluppa come una sorta di approccio metodico e consapevole alla ricerca di un ordine fluido: “Scegliere comporta un restringimento di campo, la chiusura di un orizzonte e la perdita di quel tipo di felicità che si prova, a volte, di fronte agli universi in potenza, all&#8217;infinito della possibilità. Cerco di non scegliere, ma di ordinare, di andare avanti in maniera coscienziosa, pezzo per pezzo, continuando a pensare che gli incontri saranno infiniti, le situazioni innumerevoli, le svolte molteplici”.</p>
<div id="attachment_1551" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/casa_verdi_8.jpg"><img class="size-medium wp-image-1551  " alt="Casa Verdi  - courtesy artista e Invisibile Film - Milano" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/casa_verdi_8-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Casa Verdi &#8211; courtesy artista e Invisibile Film &#8211; Milano</p></div>
<p style="text-align: justify;">La figura umana – tranne in alcuni lavori come <i>Pattini d’argento</i> (2007) o <i>Casa Verdi</i> (2008) – non è quasi mai presente nei video prodotti, come se fossero gli oggetti a prevalere. Ed è grazie alle qualità &#8216;attivante&#8217; di tali oggetti – “per oggetti intendo una pletora di &#8216;cose': situazioni, luoghi, interazioni, manufatti e anche esseri viventi” – che si instaura un rapporto tra l’artista e l&#8217;esterno, relazione probabilmente coadiuvata anche da esperienze pregresse, più o meno consce, più o meno lontane nel tempo.</p>
<div id="attachment_1557" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/A_siberian_girl_1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1557" alt="A siberian girl - courtesy artista e Ex Elettrofonica - Roma" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/A_siberian_girl_1-300x241.jpg" width="300" height="241" /></a><p class="wp-caption-text">A siberian girl &#8211; courtesy artista e Ex Elettrofonica &#8211; Roma</p></div>
<p style="text-align: justify;">È probabilmente in video come <i>It’s about light and death</i> (2011) o <i>The siberian girl </i>(2012), che questo rapporto evocativo con gli oggetti si concretizza in modo più chiaro e profondo. Entrambe i lavori, infatti, prendono vita da una collezione di oggetti, il concetto di collezione al pari del montaggio unisce insieme per giustapposizione elementi frammentati (oggetti da una parte, sequenze di scene dall’altra). In questo caso Franceschini interviene su gruppi di oggetti raccolti insieme, non per sezionarli attraverso la ripresa, ma svelandone un nuovo e più intimo potere narrativo, in un dinamico e fluido divenire, con una tensione sempre positiva, evolutiva.</p>
<div id="attachment_1554" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/its_about_light_and-_death.jpg"><img class="size-medium wp-image-1554 " alt="it's about light and death - courtesy artista e Vistamare/ Benedetta Spalletti - Pescara" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/its_about_light_and-_death-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">it&#8217;s about light and death &#8211; courtesy artista e Vistamare/ Benedetta Spalletti &#8211; Pescara</p></div>
<p style="text-align: justify;">Anna Franceschini si è laureata in Televisione, cinema e produzione multimediale presso l’Università IULM di Milano; la sua formazione in studi cinematografici, pur non essendo fondamentale per capire il percorso intrapreso, spiega la volontà nel volersi confrontare con il linguaggio cinematografico, piegando la grammatica e la sintassi del cinema al proprio volere.</p>
<p style="text-align: justify;">I lavori dei primi anni, infatti, rivelano in modo più evidente quest’impronta “cinematografica”, oggetti e persone sono parte di un racconto. È con <i>Untitled (Almost Lost) </i>(2009) che l&#8217;autrice sembra compiere una svolta, oltre ad usare il Super8 trova un nuovo processo narrativo, che si concretizza in lavori che hanno una potenzialità più astratta ma al contempo più evocativa, come se il video si trasformasse in una tela in movimento.</p>
<div id="attachment_1556" style="width: 310px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/UNTITLED.jpg"><img class="size-medium wp-image-1556" alt="Untitled (Almost Lost) - courtesy MNAM / Centre Pompidou - Paris" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/UNTITLED-300x239.jpg" width="300" height="239" /></a><p class="wp-caption-text">Untitled (Almost Lost) &#8211; courtesy MNAM / Centre Pompidou &#8211; Paris</p></div>
<p style="text-align: justify;">Dal 2010 lavora prevalentemente in Super8 e 16mm, producendo immagini  che possono risultare a volte sporche o sature,  ma dalla resa ineguagliabile, grazie alla quantità di informazioni che la pellicola riesce a trattenere. “Mi piace il rapporto che si ha con la pellicola quando si gira: si crea una tensione, perché ogni spreco (di denaro, di tempo, di occasioni) è fatale, quindi c&#8217;è un livello di attenzione più alto, c&#8217;è effettivamente una trasformazione chimico-fisica della materia, e questo è interessante. Ma gli stock di pellicola stanno  finendo in tutto il mondo”. L’utilizzo del Super8 e della 16mm è coadiuvato inoltre da lavori di breve durata.</p>
<div id="attachment_1550" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/casa_verdi_3.jpg"><img class="size-medium wp-image-1550" alt="Casa verdi - courtesy artista e Invisibile Film - Milano" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/casa_verdi_3-300x228.jpg" width="300" height="228" /></a><p class="wp-caption-text">Casa verdi &#8211; courtesy artista e Invisibile Film &#8211; Milano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il video per sua natura è un’opera d’arte nella quale l’artista ha la possibilità di definire la durata della fruizione, imponendo un tempo minimo che è quello della visione del video completo, di solito i lavori di Franceschini hanno una durata media di 5/6 minuti, e vengono proiettati in loop. Nelle sue opere potremmo definire questo tempo in parte casualmente determinato dalle scelte che ogni singolo lavoro impone, ed in parte stabilito da una considerazione che Anna stessa definisce “comparativa – più che stilistica – tra la fruizione di un film in sala e quello di uno o più film, o video, in uno spazio dedicato all&#8217;arte”.</p>
<div id="attachment_1555" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/A_SIBERIAN_GIRL_2.jpg"><img class="size-medium wp-image-1555" alt="A siberian girl - courtesy artista e Ex Elettrofonica - Roma " src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/12/A_SIBERIAN_GIRL_2-300x224.jpg" width="300" height="224" /></a><p class="wp-caption-text">A siberian girl &#8211; courtesy artista e Ex Elettrofonica &#8211; Roma</p></div>
<p style="text-align: justify;">La consapevolezza della tecnica e la ricerca poetica si fondono nei video di Anna Franceschini creando opere uniche, che si emancipano dalla staticità dello schermo imprimendosi sulla retina e coinvolgendo i sensi grazie al loro forte porte evocativo.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Lui chi è?? &#8211; Silvia Giambrone</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Oct 2013 14:26:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Serena Silvestrini]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Silvia Giambrone è nata ad Agrigento nel 1981. Vive e lavora a Roma dal 2002, anno in cui ha iniziato a frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nelle opere dell’artista è fondamentale la componente personale, che unita a tematiche universalmente riconosciute, si inserisce nel gruppo dei vari campi di ricerca della sua produzione artistica. Primo fra [&#038;hellip]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Silvia Giambrone è nata ad Agrigento nel 1981. Vive e lavora a Roma dal 2002, anno in cui ha iniziato a frequentare l’Accademia di Belle Arti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/viola-e-un-poco-nervosamente.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1332" alt="viola e un poco nervosamente" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/viola-e-un-poco-nervosamente-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Nelle opere dell’artista è fondamentale la componente personale, che unita a tematiche universalmente riconosciute, si inserisce nel gruppo dei vari campi di ricerca della sua produzione artistica. Primo fra tutti il corpo, fertile terreno d’indagine, e, allo stesso tempo, strumento attraverso il quale l’artista sviluppa diversi progetti: ne “<em>La viola e un poco nervosamente</em>” (2010) il corpo dell’artista esce fuori dall’identità che socialmente rappresenta per assumere il ruolo di strumento musicale: non c’è più Silvia, non c’è più un’artista ma c’è un oggetto con una funzione specifica, quello di produrre musica. Il ritmo del battito cardiaco diventa la base di una melodia improvvisata in questa performance che sottolinea quanto la nostra società sia influenzata dal contesto in cui si collocano le cose e dalle etichette che si impongono a queste. Silvia Giambrone ci dimostra dunque come un corpo seminudo può non apparire come oggetto del desiderio, cosa che invece accade nel bombardamento di immagini mediatiche odierne.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/eredità.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1333" alt="eredità" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/eredità-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>A quest’aspetto si allaccia la performance “<em>Eredità</em>” (2008) improntata sull’analisi delle pratiche seduttive, in particolar modo sull’abitudine quotidiana dell’atto di truccarsi: l’artista applica sugli occhi delle ciglia finte metalliche, simbolo delle abitudini estetiche a cui da sempre le donne si sottopongono, a causa di un retaggio culturale che impone loro di apparire piacevoli agli occhi degli uomini.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/still2-sotto-tiro.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1334" alt="still2 sotto tiro" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/still2-sotto-tiro-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Il corpo di Silvia Giambrone diventa il bersaglio di un laser puntato sulla pelle nuda in “<em>Sotto tiro</em>” (2013): nella performance, l’artista subisce una minaccia sconosciuta e immotivata, il semplice essere sotto il tiro, appunto, di un laser la trasforma in vittima, in condannata. Questo invadente segnale luminoso può rappresentare anche uno sguardo insistente al quale non si può scappare, che vìola l’intimità e genera disagio.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/teatro-anatomico.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1336" alt="teatro anatomico" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/teatro-anatomico-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>“<em>Teatro anatomico</em>” (2012) è una performance realizzata in occasione della mostra collettiva “Re-generation”; l’artista si fa cucire sulla pelle nuda un colletto ricamato; la crudezza dell’ago che le trapassa la carne si contrappone alla naturalezza con la quale l’artista reagisce, sfoggiando il colletto come un accessorio che, alla fine dell’azione, l’ha resa più bella, più piacevole, più femminile. La performance assume un fortissimo valore simbolico: il colletto rappresenta l’autorità, sia essa di tipo religioso o politico (i colletti bianchi dei preti, ma ancor più quelli delle camicie ben stirate sotto le giacche degli uomini di potere) ma anche il rigore, quello delle divise e dei grembiuli scolastici femminili; il suo essere cucito a mano si lega inevitabilmente alla cultura e alla produzione artistica di matrice femminista, oltre che alla condizione femminile italiana del nostro passato, che qualificava questa pratica come una delle poche attività che le donne potevano svolgere.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/Il-pizzo-3.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1337" alt="Il pizzo 3" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/Il-pizzo-3-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Silvia Giambrone fa sua questa tecnica e una delle prime opere in cui compare è “<em>Il Pizzo</em>” (2012): piccoli frammenti di merletto blu coprono i volti delle figure femminili presenti nelle fotografie delle nozze dei suoi genitori. Il pizzo diventa una maschera che cela l’identità di queste donne, oggi trasformate dal tempo fino a non riconoscersi più nelle immagini, ma anche, paradossalmente, la possibilità di conservarle dallo sbiadimento della stampa, destinata a schiarirsi fino a cancellare le loro tracce. Lasciando trasparire solo i volti dei partecipanti di sesso maschile, l’artista sottolinea ancora una volta come il tema della bellezza femminile sia una conseguenza della cultura di stampo maschilista.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/made-in-italy-dett.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1338" alt="made in italy dett" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/made-in-italy-dett-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Il pizzo come testimonianza di una tradizione antica, femminile, legata al sud Italia, alle antenate che trascorrevano il tempo intente a cucire, sono i concetti chiave di un lavoro come “<em>Made in Italy</em>”: il nostro paese è ancora saldamente ancorato al suo passato e questo peso culturale, che può essere sia una zavorra che un valore da tramandare ai posteri, è espresso da un blocco di gesso nel quale sono impressi calchi di merletti. Quello della Giambrone è un “made in Italy” specchio della società odierna che, ancora una volta, vede le donne relegate in una posizione subordinata rispetto all’uomo.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/Eroina-2010-forma-della-molecola-di-eroina-ricamata-alluncinetto-cotone.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1339" alt="Eroina, 2010 forma della molecola di eroina ricamata all'uncinetto, cotone" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/Eroina-2010-forma-della-molecola-di-eroina-ricamata-alluncinetto-cotone-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Il cucito però, non serve solo a produrre graziose suppellettili o accessori decorativi per abiti: ne è un esempio “<em>Eroina</em>” (2012) riproduzione all’uncinetto della struttura molecolare dell’eroina. Forte è il contrasto tra l’immagine che si ha del lavoro a maglia, rispetto al prodotto finale, così com’è sottile il gioco di significati legati al nome dell’opera: l’eroina infatti, può essere sia associata alla sostanza stupefacente che a una potente figura femminile in grado di accorrere in aiuto della società.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/autoritratto-7erso-senz.jpg"><img class="alignright size-thumbnail wp-image-1341" alt="autoritratto 7(erso senz)" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/autoritratto-7erso-senz-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>Un altro mezzo espressivo che l’artista ama particolarmente è la scrittura; il linguaggio è lo strumento attraverso il quale Silvia Giambrone realizza il suo “<em>Autoritratto &#8211; Io nel settembre 2009 all&#8217;altezza di un universo senza risposte</em>” (2010) dove tutto si concentra intorno al concetto di sottrazione: prima fra tutte, quella fisica, attraverso l’eliminazione dai fogli trasferibili fatti di segni dell’alfabeto, di tutte le lettere che compongono la frase che dà il titolo all’opera. Fonte d’ispirazione è il testo di Carla Lonzi “Sputiamo su Hegel”, nel quale viene trattato il tema della possibilità che un soggetto possa esistere a prescindere dalla situazione dialettica che lo identifica, ovvero al di fuori di un contesto predefinito, nel quale si trova mal volentieri.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/traslation-2009.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1342" alt="traslation 2009" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/10/traslation-2009-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a>La parola incontra il corpo in “<em>Translation</em>” (2009), una performance in cui l’artista indaga il rapporto tra linguaggio e realtà: la lingua che noi parliamo è considerata al pari di una legge, come un codice che definisce ogni cosa; ma le mani di una persona che scrivono simultaneamente la stessa frase, in lingue differenti, fanno sì che quest’idea di corrispondenza diretta tra parola e oggetto reale sparisca. Così come il comandamento “non avrai altro Dio all’infuori di me”, tradotto in un altro codice linguistico e scritto simultaneamente in due modi differenti dalla stessa persona, dimostra come il concetto espresso dalle parole sia nei fatti tradito.<br />
L’attenzione verso le parole è presente anche in “<em>No Enemy</em>” (2008), installazione nel quale grandi e pesanti lettere di legno rivestite di piombo invadono lo spazio del foyer del terzo piano del MART di Rovereto. L’assenza di spaziatura tra le parole “no” e “enemy” fa sì che di primo acchito lo spettatore non colga il senso di quelle lettere. Ancora una volta, l’artista smaschera le ambiguità del linguaggio e dei significati che derivano da questo.</p>
<p style="text-align: justify;">Silvia Giambrone ha collaborato con diverse gallerie: Il ponte contemporanea, Roma; Galleria Bonomo, Bari; Galleria Deanesi, Rovereto; Galleria Biagiotti, Firenze e dal 2012 collabora con la Galleria Doppelgaenger, Bari</p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente, ha vinto il <em>Main Prize</em> della Biennale di Kaunas.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le mostre personali ricordiamo: <em>L’impero libero degli schiavi</em>, Galleria Doppelgaenger, Bari (2012); <em>Parallel Borders</em>, Roma, a cura di Mark Mangion (2012); <em>Sotto falso nome</em>, Fondazione Spazio13, Varsavia (2011); <em>Fuori di me</em>, Spazio Ferramenta, Torino, a cura di Susanna Sara Mandice (2011); <em>Invito all’opera</em>, Galleria Il ponte contemporanea, a cura di Achille Bonito Oliva (2010); <em>More to come</em>, Upload Art Project, a cura di Silvia Conta, Federico Mazzonelli, Julia Trolp (2010); <em>Speaking your language I learnt how to hate you</em>, Galleria NextDoor, Roma, a cura di L. Benedetti (2008).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le principali mostre collettive, ricordiamo le più recenti:<em>KAUNAS BIENNAL UNITEXT ’13</em>, National Museum of M. K. Čiurlionis (20013); <em>Refuse</em>, Ex Mattatoio di Testaccio, La Pelanda, Roma, a cura di Roberto D’Onorio (2013); <em>SUBJECTIVE MAPS/ DISAPPEARENCES, Parallel Borders 1 / Monuments &amp; Shrines to Capitalism</em> curated by Mark Mangion for Malta Contemporary Art, National Gallery of Iceland (2013); <em>MEDITERRANEA 16</em>, Biennial of Young Artists from Europe and the Mediterranean (BJCEM), Ancona (2013); <em>Autoritratti. Iscrizioni del femminile nell&#8217;arte italiana contemporanea</em>, MAMbo, coordinamento curatoriale di Uliana Zanetti, Bologna (2013); <em>Vetrinale</em>, Roma, a cura di Cecilia Casorati, Micol di Veroli e Yuri Elena (2012); <em>Re-Generation</em>, MACRO Testaccio, Roma, a cura di Maria Alicata e Ilaria Gianni (2012).</p>
<p><a href="http://www.silviagiambrone.com"><strong>www.silviagiambrone.com</strong></a></p>
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		<title>Performart &#8211; Domenico Mennillo</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Sep 2013 23:31:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[In un alternarsi e fondersi tra installazione, teatro sperimentale e parola poetica, il percorso artistico di Domenico Mennillo ha origine circa vent’anni fa, quando ha iniziato a scrivere poesia: «la domanda principale che mi ponevo era come potesse oggi (r)esistere la poesia, quali i suoi eventuali sviluppi, le sue metamorfosi; l’arte, e in maniera particolare [&#038;hellip]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In un alternarsi e fondersi tra installazione, teatro sperimentale e parola poetica, il percorso artistico di Domenico Mennillo ha origine circa vent’anni fa, quando ha iniziato a scrivere poesia:</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1125" alt="atlante 2" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-2-300x200.jpg" width="300" height="200" /></p>
<p style="text-align: justify;">«la domanda principale che mi ponevo era come potesse oggi (r)esistere la poesia, quali i suoi eventuali sviluppi, le sue metamorfosi; l’arte, e in maniera particolare le avanguardie storiche avevano affrontato già questa questione con soluzioni brillanti, avveniristiche e affascinanti. Molti dei protagonisti di quella stagione irripetibile nascevano poeti e letterati (Breton, Marinetti, Tzara, tanto per fare qualche nome), per poi aprire le loro poetiche alla vita stessa, portando la loro poesia a diventare vita stessa, ad invaderla con prospettive inedite. Di qui mi sembrava naturale, parlando di vita, di azione, coinvolgere poi quella parte del teatro contemporaneo interessato a pratiche performative e installative».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1124" alt="atlante 1" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-1-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>Nonostante ogni lavoro presenti una dinamica legata alla volontà di un «presente tirannico» sempre diverso, è nello spazio che Domenico riesce a fondere le varie esigenze del suo lavoro in una dimensione univoca e dare inizio alla sua nascita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è proprio in uno spazio definito – quali quelli offertigli dalla Fondazione Morra nel settecentesco Palazzo Bagnara, situato nel centro storico di Napoli &#8211; che Mennillo ha allestito, tra la fine del 2011 e gli inizi del 2012, l’<i>Atlante della Fertilità</i>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-10.jpg"><img class="alignleft" alt="atlante 10" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-10-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a>«Iniziai a scrivere a Napoli un poema su una città occidentale, descrivendone abitudini e modalità di vita, versi che nascevano ogni mattino appena sveglio. Un abbozzo quasi ogni mattina. Terminato il poema e convinto che l’operazione dovesse esaurirsi nel compimento dell’atto di scrittura, pensai di aggiungere una parte visiva al poema stesso. Iniziai questo lavoro visivo a New York, nell’autunno successivo alla fine della stesura dello scritto. Fotografie, carte, cartoni, disegni abbozzati su quadernetti, libri prelevati in mercatini dell’usato, oggetti prelevati per strada, materiali che pensai di usare per fare collage; tornato in Italia, con i collage abbozzati a New York, compresi che il lavoro poetico dell’<em>Atlante</em> poteva proseguire anche oltre i collage e che anzi avrebbe potuto avere risvolti installativi e sonori». Di lì la naturale esigenza di allestire di un proprio <em>Atlante</em>, consapevolmente ispirato al precedente warburghiano  <i>L’atlante della memoria</i>, in uno spazio fisico “sensuale” di Napoli. Lo spazio fisico sensuale di cui parla Mennillo è ovviamente uno spazio sensoriale, una dimensione dedicata alla sperimentazione delle sensazioni fisiche e che ha origine dai sensi, dove la commistione tra lo spazio, la parola e il suono viene sperimentata creativamente dall&#8217;artista e percettivamente dal fruitore.</p>
<p><a style="text-align: justify;" href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-9.jpg"><img class="size-medium wp-image-1131 alignright" alt="atlante 9" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-9-239x300.jpg" width="239" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esigenza di creare un sistema di ricordo e classificazione della memoria nasce dall&#8217;idea che «memoria è ciò su cui si fonda il nostro pensiero, una memoria concepita per immagini affettive». Creando uno spazio sensuale fatto di suoni, odori e soprattutto immagini, Mennillo dona la possibilità a chi visitava l’<em>Atlante</em> di incontrare una serie di combinazioni di immagini di tre città simbolo della decadenza occidentale, Napoli, Parigi, New York:  «il vissuto di quelle immagini erano le mie, ma i simboli e le immagini visibili erano patrimonio che facilmente poteva essere afferrato ed incontrato da chi vagava negli spazi installati, a contatto con le sollecitazioni-pensiero della propria memoria».</p>
<p style="text-align: justify;">È proprio il ruolo di capitali della cultura occidentale oggi decadute che ha permesso all&#8217;artista di accomunare le città di Napoli, Parigi, New York nel suo<em> Atlante</em>. Questo lavoro, infatti, nell&#8217;articolazione fra pensiero e parola poetica – dove l’immagine svolge un ruolo determinante  &#8211; scava nella memoria per far emergere la decadenza e l’oblio del nostro tempo: «l’immagine, il suo lento oblio-dimenticanza nel singolo è ciò su cui puntano i poteri forti e le economie ad esse collegate, le loro attenzioni e cure sono spesso rivolte a quei processi anche sottilissimi di evaporazione e formazione di un pensiero che nasce da un’immagine».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-5.jpg"><img class="size-medium wp-image-1127 alignleft" alt="atlante 5" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-5-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a>La realizzazione dell’<em>Atlante</em> ha impegnato Domenico per un lungo periodo (dal 2008 al 2011) durante il quale ha avuto la possibilità di ricercare il già noto e l’inedito attraverso le innumerevoli combinazioni visive e sonore che i luoghi prescelti potevano offrigli, e di confrontarsi con le tre figure cardine di Giordano Bruno, Abi Warburg e Charles Baudelaire su cui tutto il lavoro è imperniato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso espositivo, infatti, articolato in tre ambienti, vedeva la prima sala si ispirata all’<em>Addiition de la troisième édition des Fleures du Mal</em> di Charles Baudelaire: i disegni su carta, che illustravano e ampliavano i testi baudelairiani, si rifacevano alle incisioni che Giordano Bruno utilizzava per chiarire i suoi scritti filosofici. «Baudelaire resta un autore per me molto importante (e credo non solo per me); ogni sua parola, dai versi o dai piccoli frammenti di progetti incompiuti si celano tesori ai quali l’intero novecento ha prestato attenzione per comprendere le contraddizioni e i risvolti determinanti dell’intera modernità».</p>
<p><img class="size-medium wp-image-1130 alignright" alt="atlante 8" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-8-199x300.jpg" width="199" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">La seconda sala accoglieva una “biblioteca infinita” o “biblioteca dell’infinito”, che rievocava concettualmente quella del Warburg Institute di Amburgo. Mentre il terzo spazio ospitava un’installazione-sonorizzazione di una parte dell’inedito poema <em>Atlante della Fertilità</em>, realizzata con proiettori in superotto e macchine analogiche degli anni settanta (progetto realizzato dall’artista in collaborazione con il compositore e musicista Nino Bruno).</p>
<p style="text-align: justify;">Domenico Mennillo esporrà nuovamente a Napoli il prossimo dicembre, nelle sale del Museo Nitsch, con la mostra <i>Alcune Architetture di Napoli 2003-2013 – Il teatro di lunGrabbe nelle architetture napoletane</i>: una retrospettiva per celebrare i dieci anni di attività di lunGrabbe a Napoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il teatro di lunGrabbe, fondato da Domenico Mennillo e Rosaria Castiglione nel 2001, incentrato sul binomio architettura-teatro ed imperniato sui testi dello stesso Mennillo, adopera soluzioni spaziali sempre diverse e privilegia l’azione performativa  all’azione simulativa del teatro di rappresentazione. Nel lavoro di questi anni, ampio spazio è stato dato anche al cinema con film e video relativi alle performance e ai poemi-concerto, quest&#8217;ultimi incentrati su versi e strumenti acustici ed elettronici, sono stati anch’essi messi in scena quasi sempre fuori dal teatro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/domenico-mennillo.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1134" alt="domenico mennillo" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/domenico-mennillo-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-4.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1133" alt="atlante 4" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-4-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-7.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1129" alt="atlante 7" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-7-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-3.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1126" alt="atlante 3" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-3-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1118" alt="atlante 11" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-11-150x150.jpg" width="150" height="150" /><del><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1119" alt="lunGrabbe 1" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/lunGrabbe-1-150x150.jpg" width="150" height="150" /></del></p>
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		<title>Video star &#8211; Yasmin Fedda</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 09:19:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pia Lauro]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per trovare il luogo di ispirazione e origine del lavoro di Yasmin Fedda bisogna dirigersi a Tell Brak un sito archeologico nel  nord-est della Siria dove sono stati rinvenuti alcuni depositi votivi offerti alla divinità del Tempio degli Occhi. Questi idoli in argilla, ispirati alla figura umana e con grandi occhi, sono per Yasmin la rappresentazione del vedere e del guardare, e dunque del riprendere, filmare, registrare le persone, le vite, le comunità, i soggetti catturati dalla sua telecamera. Tell Brak è stata nei secolo anche una via internazionale  di scambi e sede di diverse civiltà, mi domando perciò se questo non sia anche un luogo simbolico, che suggerisca di interpretare i suoi film come delle terre di mezzo, dove differenti mondi, fermenti e culture possono incontrarsi: «penso che compito dei miei film sia quello di essere in grado di creare ponti, di condividere la vita degli altri. Mi auguro che il cinema e i film possano creare tale possibilità, creando uno spazio fatto per mettere in relazione persone, vite ed esperienze che altrimenti probabilmente potrebbero non incontrarsi mai».</p>
<p style="text-align: justify;">Le differenti vite che Yasmin Fedda racconta viste insieme sembrano comporre un variegato mondo di emozioni, prospettive e speranze, lontane fra loro nello spazio e nel tempo, ma concretamente vicine nella rappresentazione dell’Altro. L’Altro raccontato da Yasmin non è mai dichiarato come tale né sinonimo di esclusione o emarginazione, ciò che chiaramente emerge dai suoi lavori è piuttosto quanto l’Altro &#8211; inteso come un differente punto di vista, di esperienza, di cultura o di condizione  &#8211; possa facilmente trasformarsi un Io collettivo, di volta in volta differente, in cui ognuno può riconoscere la propria identità. D’altro canto è proprio il monaco siriano Boutrous, il protagonista del film <i>Milking the Desert</i> (2004) a svelare il punto cruciale del lavoro di Yasmin: nel raccontare le relazioni tra le comunità musulmana e cristiana Boutrous afferma, con concreta genuinità, che infondo “una persona è una persona”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/05/breadmakers.jpg"><img class=" wp-image-798 aligncenter" alt="FEDDA, Breadmakers, 2007" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/05/breadmakers-1024x682.jpg" width="522" height="347" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il lavoro di Yasmin Fedda, infatti, è incentrato sulle persone, su individui simbolo di primavere culturali.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autenticità e la cruda purezza con cui, attraverso la telecamera, Yasmin guarda a tali universi appare evidente nei due lavori presentati a Roma lo scorso marzo in occasione della mostra collettiva “Idi di marzo” presso la British School of Rome: il pluripremiato <i>Breadmakers</i> (video del 2007, girato alla Garvald Bakery di Edimburgo, dove una comunità di lavoratori con disabilità dell&#8217;apprendimento, preparano pane biologico che ogni giorno viene consegnato ai negozi e alle caffetterie della città. Il progetto realizzato dalla Garvald Bakery è ispirato alle idee di Rudolph Steiner, secondo le quali il lavoratore deve realizzare il proprio potenziale di auto-scoperta e di creatività in un contesto sociale) e l’inedito <i>Siamo tornati</i> (2013) frutto dell’esperienza romana.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Siamo tornati</i> racconta del crescente fenomeno italiano delle occupazioni sociali – Teatro Valle, Cinema Palazzo, ed altri – quale reazione ai tagli sui servizi pubblici e all’aumento significativo della disoccupazione. Nel quartiere romano di San Giovanni l’insegnate di box Gianni e altri allenatori e attivisti si sono uniti per creare S.C.u.P (Sport e Cultura Popolare), palestra e scuola popolare e centro sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Le chiedo perché ha deciso di mostrare insieme questi due lavori che chiaramente affrontano il tema, a lei caro, della comunità quale luogo di crescita positiva: «perché ho ritenuto che entrambi i film, in modi diversi, mostrino come diverse comunità abbiano trovato soluzioni positive per affrontare i problemi che devono affrontare. Ho trovato entrambi i progetti stimolanti e mi è sembrato che si fondessero tra di loro».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/05/Simao-Tornati-still-1.jpg"><img class=" wp-image-799 aligncenter" alt="FEDDA, Siamo Tornati still 1, 2013" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/05/Simao-Tornati-still-1-1024x576.jpg" width="522" height="294" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">I film sono  tuttavia, stilisticamente piuttosto diversi: <i>Breadmakers</i> è completamente osservativo, senza alcuna voce fuori campo o intervista. Al pubblico basta guardare il forno, il pane e le interazioni sociali mentre tutti lavorano. In <i>Siamo tornati</i> il principale protagonista è Gianni, il quale spiega cos’è e il perché del progetto S.C.u.P, e racconta il significato che questa esperienza ha per lui e per l’intera comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Yasmin seleziona i protagonisti dei propri film in modi diversi adattandosi di volta in volta alle circostanze, ciò avviene anche nella fase di montaggio dove lo stile non sovrasta mai il contenuto, ma si modella su di esso rendendo ogni lavoro unico e completo. E’ nella fase di ripresa che Yasmin tende a riproporre  sempre la stesso schema di approccio, trascorrendo lunghi periodi di tempo con le persone che andrà a riprendere, ciò le è d’aiuto nell’acquisire fiducia e nell’essere in grado di filmare la vita ‘as it happens’.</p>
<p style="text-align: justify;">Yasmin Fedda ha origini palestinesi, dopo aver vissuto in Siria e in diverse zone del Medio Oriente, si è trasferita in Inghilterra e ha trascorso i primi tre mesi del 2013 a Roma presso la British School of Rome, in quanto vincitrice della Creative Scotland <i>document</i>24 Fellowship 2012-13.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando le chiedo se si sente una cittadina del mondo mi risponde: «Talvolta è difficile non sentirsi radicati in nessun luogo, ma allo stesso tempo mi piace sentirmi parte di molti luoghi e non di un qualsiasi posto nel mondo».<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/05/breadmakers.jpg"><br />
</a></p>
<p style="text-align: justify;">Yasmin Fedda, <em>Siamo Tornati</em>, 2013 <a href="http://vimeo.com/63646958">http://vimeo.com/63646958</a></p>
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		<title>Lui chi è?? &#8211; Francesca Romana Pinzari</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2012 12:10:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pia Lauro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francesca Romana Pinzari, artista romana, nata a Perth (Australia) nel 1976, ha iniziato la sua carriera nel 2001 come pittrice figurativa. Negli ultimi anni ha intrapreso una ricerca sul corpo e sui fenomeni identitari della società contemporanea: utilizzando diversi media quali video, performances e installazioni, i suoi lavori si sviluppano come autoritratti che raccontano concetti [&#038;hellip]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_CHIMERA_CHIARA.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-271" title="PINZARI_CHIMERA_CHIARA" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_CHIMERA_CHIARA-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a>Francesca Romana Pinzari, artista romana, nata a Perth (Australia) nel 1976, ha iniziato la sua carriera nel 2001 come pittrice figurativa.<br />
Negli ultimi anni ha intrapreso una ricerca sul corpo e sui fenomeni identitari della società contemporanea: utilizzando diversi media quali video, performances e installazioni, i suoi lavori si sviluppano come autoritratti che raccontano concetti universalmente noti nei quali ognuno può  immedesimarsi.<br />
Il proprio corpo è vissuto da Francesca come un luogo di sperimentazione, sul quale, con il quale e attraverso il quale indagare il rapporto tra intimità e condivisione. In una continua relazione di antinomia tra differenti elementi messi in connessione tra loro nascono opere come le Chimere (2012), sculture eteree, frutto di un paziente lavoro manuale che unisce la fragilità del crine di cavallo alla resistenza di una struttura metallica. Tra mito e storia, tra utopia e realtà le chimere aleggiano, materializzandosi nei ricordi ancestrali dell’individuo e nel risultato ibrido delle proprie incertezze. La chimera è, infatti, un mostro mitologico, ma allo stesso tempo è un desiderio irrealizzabile, un&#8217;illusione, un&#8217;assurdità.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_HAIR_MAJESTY_2011-WEB.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-272" title="PINZARI_HAIR_MAJESTY_2011 WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_HAIR_MAJESTY_2011-WEB-300x213.jpg" width="300" height="213" /></a>Ma è in opere come Hair Majesty (2011) o nella serie realizzata su plexiglass che la Pinzari rivela l’intimità e la consistenza di un elemento organico come i capelli. In Hair Majesty quello che a prima vista sembra un disegno a china è in realtà un’opera realizzata interamente con i capelli delle persone ritratte, il che crea un legame diretto con il soggetto rappresentato che esula la somiglianza visiva, ma diviene piuttosto un prolungamento del corpo stesso. I capelli si intrecciano e si dispongono come una leggera trama cui si agganciano i pensieri spirituali di chi è ritratto, come un filtro di separazione del materiale e dell&#8217;istintivo da quello che è spirito e anima, i capelli creano figure intime ed interiori, che al contempo svelano un puro erotismo.<br />
Mentre per raccontare di sé Francesca sceglie plexiglass e capelli: i fili scuri delineano un contorno chiaro ed emblematico, è un feto, raccolto e capovolto come fosse nell’utero di una giovane donna pronta al parto, e allo stesso tempo fisso e immobile bloccato nel plexiglass, quasi a scopo conservativo. In queste opere l’artista lascia una propria traccia, una prova: il proprio DNA.<br />
Dopo un&#8217;acuta indagine sul corpo umano, Francesca Romana Pinzari ha concentrato il suo lavoro sul concetto di identità, invitando a riflettere sulla difficoltà di definire chi siamo in rapporto ad una società che tende a ripartire gli individui per gruppi di appartenenza – politica, culturale, religiosa, fisica.. – inglobando il singolo nel collettività.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_BESTIARIO_02-WEB.jpg"><img class="size-medium wp-image-273 alignleft" title="PINZARI_BESTIARIO_02 WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_BESTIARIO_02-WEB-300x298.jpg" width="300" height="298" /></a>Da qui nascono opere come il Bestiario (2011), su lastre di alluminio prendono forma delle creature mostruose, esseri composti da parti di animali esistenti e bestie fantastiche che emergono come le angosce e le inquietudini dell&#8217;essere contemporaneo dalla profondità imperscrutabile di uno sfondo scuro e corposo. O Cavalli (2012), circa 150 piccoli lavori pittorici a prima vista simili tra loro per intensità di colore e sbavature, ma in realtà tutti diversi l&#8217;uno dall&#8217;altro. Le figure, uniche e irripetibili, sono dettate dalla mano dell&#8217;artista e dalla casualità delle tecniche utilizzate. Ogni immagine è unica e seriale allo stesso tempo come gli individui che abitano la società contemporanea, persone uniche, per storia o cultura, che tendono però ad abbracciarsi per un puro senso di aggregazione.<br />
Ma l’appartenenza ad un gruppo, ad un movimento o ad una fede può condizionare e stravolgere realmente l’identità del singolo individuo? Secondo Francesca Romana Pinzari no. L’artista racconta il suo punto di vista attraverso le immagini di I am not (2011) video della performance presentata durante una session di performances all’interno della rassegna organizzata alla Yes Foundation (Olanda) lo scorso anno. Ogni individuo secondo Francesca cerca di soddisfare il proprio senso di appartenenza abbracciando filosofie, religioni e partiti politici, ma in realtà il singolo non può annullarsi nel gruppo ed è proprio da questa consapevolezza che emerge la sua frustrazione nei confronti del sistema contemporaneo.</p>
<p><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_BLOOD_AND_HAIR_WEB.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-274" title="PINZARI_BLOOD_AND_HAIR_WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_BLOOD_AND_HAIR_WEB-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_CAVALLI.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-275" title="PINZARI_CAVALLI" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_CAVALLI-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_AM_NOT_WEB.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-276" title="PINZARI_I_AM_NOT_WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_AM_NOT_WEB-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_WILL_HOLD_MY_BREATH_UNTIL_YOU_SAY_YOU_LOVE_ME_WEB.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-277" title="PINZARI_I_WILL_HOLD_MY_BREATH_UNTIL_YOU_SAY_YOU_LOVE_ME_WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_WILL_HOLD_MY_BREATH_UNTIL_YOU_SAY_YOU_LOVE_ME_WEB-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_AM_WHAT_I_AM_WEB.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-278" title="PINZARI_I_AM_WHAT_I_AM_WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_AM_WHAT_I_AM_WEB-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_SENZA_TITOLO_PLEXIGLASS.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-279" title="PINZARI_SENZA_TITOLO_PLEXIGLASS" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_SENZA_TITOLO_PLEXIGLASS-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a></p>
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