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	<title>almost CURATORS &#187; installazione</title>
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	<description>E se Duchamp avesse collezionato farfalle? / What if Duchamp had collected butterflies?</description>
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		<title>Performart &#8211; Domenico Mennillo</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Sep 2013 23:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pia Lauro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un alternarsi e fondersi tra installazione, teatro sperimentale e parola poetica, il percorso artistico di Domenico Mennillo ha origine circa vent’anni fa, quando ha iniziato a scrivere poesia: «la domanda principale che mi ponevo era come potesse oggi (r)esistere la poesia, quali i suoi eventuali sviluppi, le sue metamorfosi; l’arte, e in maniera particolare [&#038;hellip]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In un alternarsi e fondersi tra installazione, teatro sperimentale e parola poetica, il percorso artistico di Domenico Mennillo ha origine circa vent’anni fa, quando ha iniziato a scrivere poesia:</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-1125" alt="atlante 2" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-2-300x200.jpg" width="300" height="200" /></p>
<p style="text-align: justify;">«la domanda principale che mi ponevo era come potesse oggi (r)esistere la poesia, quali i suoi eventuali sviluppi, le sue metamorfosi; l’arte, e in maniera particolare le avanguardie storiche avevano affrontato già questa questione con soluzioni brillanti, avveniristiche e affascinanti. Molti dei protagonisti di quella stagione irripetibile nascevano poeti e letterati (Breton, Marinetti, Tzara, tanto per fare qualche nome), per poi aprire le loro poetiche alla vita stessa, portando la loro poesia a diventare vita stessa, ad invaderla con prospettive inedite. Di qui mi sembrava naturale, parlando di vita, di azione, coinvolgere poi quella parte del teatro contemporaneo interessato a pratiche performative e installative».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1124" alt="atlante 1" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-1-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>Nonostante ogni lavoro presenti una dinamica legata alla volontà di un «presente tirannico» sempre diverso, è nello spazio che Domenico riesce a fondere le varie esigenze del suo lavoro in una dimensione univoca e dare inizio alla sua nascita.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è proprio in uno spazio definito – quali quelli offertigli dalla Fondazione Morra nel settecentesco Palazzo Bagnara, situato nel centro storico di Napoli &#8211; che Mennillo ha allestito, tra la fine del 2011 e gli inizi del 2012, l’<i>Atlante della Fertilità</i>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-10.jpg"><img class="alignleft" alt="atlante 10" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-10-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a>«Iniziai a scrivere a Napoli un poema su una città occidentale, descrivendone abitudini e modalità di vita, versi che nascevano ogni mattino appena sveglio. Un abbozzo quasi ogni mattina. Terminato il poema e convinto che l’operazione dovesse esaurirsi nel compimento dell’atto di scrittura, pensai di aggiungere una parte visiva al poema stesso. Iniziai questo lavoro visivo a New York, nell’autunno successivo alla fine della stesura dello scritto. Fotografie, carte, cartoni, disegni abbozzati su quadernetti, libri prelevati in mercatini dell’usato, oggetti prelevati per strada, materiali che pensai di usare per fare collage; tornato in Italia, con i collage abbozzati a New York, compresi che il lavoro poetico dell’<em>Atlante</em> poteva proseguire anche oltre i collage e che anzi avrebbe potuto avere risvolti installativi e sonori». Di lì la naturale esigenza di allestire di un proprio <em>Atlante</em>, consapevolmente ispirato al precedente warburghiano  <i>L’atlante della memoria</i>, in uno spazio fisico “sensuale” di Napoli. Lo spazio fisico sensuale di cui parla Mennillo è ovviamente uno spazio sensoriale, una dimensione dedicata alla sperimentazione delle sensazioni fisiche e che ha origine dai sensi, dove la commistione tra lo spazio, la parola e il suono viene sperimentata creativamente dall&#8217;artista e percettivamente dal fruitore.</p>
<p><a style="text-align: justify;" href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-9.jpg"><img class="size-medium wp-image-1131 alignright" alt="atlante 9" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-9-239x300.jpg" width="239" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esigenza di creare un sistema di ricordo e classificazione della memoria nasce dall&#8217;idea che «memoria è ciò su cui si fonda il nostro pensiero, una memoria concepita per immagini affettive». Creando uno spazio sensuale fatto di suoni, odori e soprattutto immagini, Mennillo dona la possibilità a chi visitava l’<em>Atlante</em> di incontrare una serie di combinazioni di immagini di tre città simbolo della decadenza occidentale, Napoli, Parigi, New York:  «il vissuto di quelle immagini erano le mie, ma i simboli e le immagini visibili erano patrimonio che facilmente poteva essere afferrato ed incontrato da chi vagava negli spazi installati, a contatto con le sollecitazioni-pensiero della propria memoria».</p>
<p style="text-align: justify;">È proprio il ruolo di capitali della cultura occidentale oggi decadute che ha permesso all&#8217;artista di accomunare le città di Napoli, Parigi, New York nel suo<em> Atlante</em>. Questo lavoro, infatti, nell&#8217;articolazione fra pensiero e parola poetica – dove l’immagine svolge un ruolo determinante  &#8211; scava nella memoria per far emergere la decadenza e l’oblio del nostro tempo: «l’immagine, il suo lento oblio-dimenticanza nel singolo è ciò su cui puntano i poteri forti e le economie ad esse collegate, le loro attenzioni e cure sono spesso rivolte a quei processi anche sottilissimi di evaporazione e formazione di un pensiero che nasce da un’immagine».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-5.jpg"><img class="size-medium wp-image-1127 alignleft" alt="atlante 5" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-5-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a>La realizzazione dell’<em>Atlante</em> ha impegnato Domenico per un lungo periodo (dal 2008 al 2011) durante il quale ha avuto la possibilità di ricercare il già noto e l’inedito attraverso le innumerevoli combinazioni visive e sonore che i luoghi prescelti potevano offrigli, e di confrontarsi con le tre figure cardine di Giordano Bruno, Abi Warburg e Charles Baudelaire su cui tutto il lavoro è imperniato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso espositivo, infatti, articolato in tre ambienti, vedeva la prima sala si ispirata all’<em>Addiition de la troisième édition des Fleures du Mal</em> di Charles Baudelaire: i disegni su carta, che illustravano e ampliavano i testi baudelairiani, si rifacevano alle incisioni che Giordano Bruno utilizzava per chiarire i suoi scritti filosofici. «Baudelaire resta un autore per me molto importante (e credo non solo per me); ogni sua parola, dai versi o dai piccoli frammenti di progetti incompiuti si celano tesori ai quali l’intero novecento ha prestato attenzione per comprendere le contraddizioni e i risvolti determinanti dell’intera modernità».</p>
<p><img class="size-medium wp-image-1130 alignright" alt="atlante 8" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-8-199x300.jpg" width="199" height="300" /></p>
<p style="text-align: justify;">La seconda sala accoglieva una “biblioteca infinita” o “biblioteca dell’infinito”, che rievocava concettualmente quella del Warburg Institute di Amburgo. Mentre il terzo spazio ospitava un’installazione-sonorizzazione di una parte dell’inedito poema <em>Atlante della Fertilità</em>, realizzata con proiettori in superotto e macchine analogiche degli anni settanta (progetto realizzato dall’artista in collaborazione con il compositore e musicista Nino Bruno).</p>
<p style="text-align: justify;">Domenico Mennillo esporrà nuovamente a Napoli il prossimo dicembre, nelle sale del Museo Nitsch, con la mostra <i>Alcune Architetture di Napoli 2003-2013 – Il teatro di lunGrabbe nelle architetture napoletane</i>: una retrospettiva per celebrare i dieci anni di attività di lunGrabbe a Napoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il teatro di lunGrabbe, fondato da Domenico Mennillo e Rosaria Castiglione nel 2001, incentrato sul binomio architettura-teatro ed imperniato sui testi dello stesso Mennillo, adopera soluzioni spaziali sempre diverse e privilegia l’azione performativa  all’azione simulativa del teatro di rappresentazione. Nel lavoro di questi anni, ampio spazio è stato dato anche al cinema con film e video relativi alle performance e ai poemi-concerto, quest&#8217;ultimi incentrati su versi e strumenti acustici ed elettronici, sono stati anch’essi messi in scena quasi sempre fuori dal teatro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/domenico-mennillo.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1134" alt="domenico mennillo" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/domenico-mennillo-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-4.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1133" alt="atlante 4" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-4-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-7.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1129" alt="atlante 7" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-7-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-3.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1126" alt="atlante 3" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-3-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1118" alt="atlante 11" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/atlante-11-150x150.jpg" width="150" height="150" /><del><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-1119" alt="lunGrabbe 1" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2013/09/lunGrabbe-1-150x150.jpg" width="150" height="150" /></del></p>
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		<title>The Garbage Patch State</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 09:40:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ha la profonda potenza del Mito l’idea di portare a Venezia un nuovo Stato, uno dei più estesi del pianeta, il Garbage Patch State, ovvero l’immenso Stato delle Immondizie. Nessuna carta geografica ancora lo indica, le rilevazioni satellitari non riescono a delimitarne i precisi confini, ha una superficie che, a seconda delle rilevazioni, si estende [&#038;hellip]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ha la profonda potenza del Mito l’idea di portare a Venezia un nuovo Stato, uno dei più estesi del pianeta, il <strong>Garbage Patch State</strong>, ovvero l’immenso Stato delle Immondizie.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna carta geografica ancora lo indica, le rilevazioni satellitari non riescono a delimitarne i precisi confini, ha una superficie che, a seconda delle rilevazioni, si estende per sedici milioni di km². È uno stato che non si fa notare, eppure è pericolosissimo per l’ambiente e in prospettiva &#8211; una prospettiva a breve, quanto brevi sono le catene alimentari che uniscono i pesci all’uomo – anche per ciascuno di noi.<br />
Si tratta dello Stato del GARBAGE PATCH ideato da <strong>Maria Cristina Finucci</strong> per sintetizzare in una immagine semplice l’invece complesso fenomeno delle isole di plastica che galleggiano negli oceani.<br />
L’idea si colloca nel quadro di Wasteland , la complessa opera a cui l’artista italiana sta lavorando da molti mesi , un progetto artistico che si compone di numerosi interventi: realizzazioni di video, immagini e molto altro ancora.<br />
Il suo inizio è stato a <strong>Parigi</strong>, l’11 Aprile scorso: durante una installazione-performance che ha avuto luogo nella sede <strong>centrale dell’UNESCO</strong>, dove è stato sancito il riconoscimento istituzionale, anche se simbolico, del nuovo Stato Federale, nell’Anno dell’Acqua.<br />
Il Garbage Patch State ha una sua Costituzione oltre a una bandiera nazionale: fondo azzurro trasparente come il mare, popolato da vortici rossi, come quelli che sul Pacifico &#8211; ma anche nel Mare dei Sargassi nell’Atlantico &#8211; hanno convogliato e riunito i rifiuti portati dai fiumi o scaricati dalle navi.<br />
Come molti Stati il Garbage Patch State sarà a <strong>Venezia</strong>, in concomitanza con la Biennale d’arte, da giugno a novembre. Ad ospitarlo sarà, non a caso, l’università <strong>Ca’ Foscari</strong> nella sua storica sede sul Canal Grande. L’ateneo veneziano, che sta sviluppando già da alcuni anni prestigiose iniziative di carattere espositivo, è altresì il certificato punto di riferimento italiano per le politiche universitarie del rispetto ambientale, come attesta l’annuale classifica di GreenMetric, elaborata da Universitas Indonesia, sulle università sostenibili.<br />
Maria Cristina Finucci, per la rappresentazione a Venezia del nuovo Stato, ha ideato una specifica installazione composta da un padiglione formato da due cubi e da una marea di tappi di plastica colorata imbrigliati da reti rosse che uscendo dal piccolo edificio, trapassano verso il Gran Canal; metafora e immagine dello straripare della plastica e dei rifiuti in tutti i mari e gli oceani del pianeta. Allusione alla crescita irrefrenabile del Garbage Patch con la sua energia costituita dalla plastica che prende vita e si trasforma in una sorta di bestia dall’aspetto accattivante, ma malefica. All’interno del cubo più grande, la video-opera “ Dentro” , proiettata a 360°, darà allo spettatore la sensazione di essere immerso nella “zuppa di plastica”.<br />
Patrocinata dal Ministero dell’Ambiente Wasteland è un’opera pensata per sensibilizzare il mondo intorno a un problema che cresce minuto dopo minuto ed è immenso. Finucci non intende demonizzare la plastica, materiale ormai insostituibile, vuole però far riflettere sull’uso scellerato che se ne fa in contrapposizione al suo valore generalmente non riconosciuto.<br />
L’opera di Maria Cristina Finucci attinge alla forza del Mito che essa stessa ha voluto creare, trasformando quegli immensi ectoplasmi ribollenti di scarti dell’umana insipienza &#8211; oggi colossali non luoghi &#8211; in mondi vivi. A popolarli , per scelta dell’artista, sono i personaggi raccontati dagli studenti di Ca’ Foscari. La mitologia del GPS è pubblicata sul sito garbagepatchstate.org<br />
Nella realtà, in queste lande tossiche, pesci, mammiferi marini e gabbiani sono tutti intossicati e deformati dalla plastica. Invece le nuove popolazioni create dall’artista e dagli studenti sono formate da speciali creature intelligenti, cittadini consapevoli del loro nuovo Stato cui danno regole, dove ogni abitante conta per il suo peso. Popolazioni che parlano una babele infinita di lingue, quante le nazioni da cui provengono, che sono di tutti e di nessun sesso, maestri del vivere alla giornata, ma con la consapevolezza di essere quasi eterni, come le immondizie di plastica.<br />
Anche l’opera, nella volontà dell’artista, è di tutti: chiunque infatti, sulla pagina Facebook Garbage Patch State, potrà rendersi protagonista di questa Azione collettiva, sentirsi cittadino responsabile di uno Stato che oggettivamente ci appartiene essendo formato anche dai sacchetti di plastica, dai giocattoli rotti, dai palloni dimenticati da ciascuno di noi.<br />
Il padiglione rappresenta solo uno dei momenti dell’opera dell’artista la cui mission è alleare l’arte all’ambiente, per sensibilizzare tutti noi attraverso la forza del linguaggio artistico su un tema così importante, dato che l’arte può toccare corde che la pura informazione scientifica stenta a far risuonare.<br />
Nel mese di ottobre Maria Cristina Finucci proseguirà Wasteland con una installazione nella piazza del <strong>MAXXI</strong> di <strong>Roma</strong>, un progetto promosso da MAXXI Educational in collaborazione con il Master in Exhibit &amp; Public Design dell’Università di Roma La Sapienza. E’ in programma anche una collaborazione con l’Università Roma Tre che ha già contribuito fornendo i tappi di plastica usati per le installazioni. Ed altro ancora, come una missione in mezzo all&#8217;Atlantico.</p>
<p>Il progetto di Maria Cristina Finucci non si esaurisce dunque soltanto nella produzione di sculture, video o installazioni, ma consiste in un percorso di relazioni e comportamenti e in ciò che questi ultimi producono in termini di coinvolgimento intellettuale, oltre che emotivo, degli individui.<br />
Un progetto artistico virale, insomma, che si svolge nel tempo e include anche un risvolto immateriale di fare arte. Una modalità che raccoglie le istanze della società relazionandosi a essa, per contribuire alla conoscenza del fenomeno in questione. L’indispensabile precondizione per ogni effettivo cambiamento.</p>
<p><a href="www.garbagepatchstate.org" target="_blank">www.garbagepatchstate.org</a></p>
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		<title>Lui chi è?? &#8211; Francesca Romana Pinzari</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2012 12:10:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pia Lauro]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Francesca Romana Pinzari, artista romana, nata a Perth (Australia) nel 1976, ha iniziato la sua carriera nel 2001 come pittrice figurativa. Negli ultimi anni ha intrapreso una ricerca sul corpo e sui fenomeni identitari della società contemporanea: utilizzando diversi media quali video, performances e installazioni, i suoi lavori si sviluppano come autoritratti che raccontano concetti [&#038;hellip]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_CHIMERA_CHIARA.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-271" title="PINZARI_CHIMERA_CHIARA" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_CHIMERA_CHIARA-199x300.jpg" width="199" height="300" /></a>Francesca Romana Pinzari, artista romana, nata a Perth (Australia) nel 1976, ha iniziato la sua carriera nel 2001 come pittrice figurativa.<br />
Negli ultimi anni ha intrapreso una ricerca sul corpo e sui fenomeni identitari della società contemporanea: utilizzando diversi media quali video, performances e installazioni, i suoi lavori si sviluppano come autoritratti che raccontano concetti universalmente noti nei quali ognuno può  immedesimarsi.<br />
Il proprio corpo è vissuto da Francesca come un luogo di sperimentazione, sul quale, con il quale e attraverso il quale indagare il rapporto tra intimità e condivisione. In una continua relazione di antinomia tra differenti elementi messi in connessione tra loro nascono opere come le Chimere (2012), sculture eteree, frutto di un paziente lavoro manuale che unisce la fragilità del crine di cavallo alla resistenza di una struttura metallica. Tra mito e storia, tra utopia e realtà le chimere aleggiano, materializzandosi nei ricordi ancestrali dell’individuo e nel risultato ibrido delle proprie incertezze. La chimera è, infatti, un mostro mitologico, ma allo stesso tempo è un desiderio irrealizzabile, un&#8217;illusione, un&#8217;assurdità.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_HAIR_MAJESTY_2011-WEB.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-272" title="PINZARI_HAIR_MAJESTY_2011 WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_HAIR_MAJESTY_2011-WEB-300x213.jpg" width="300" height="213" /></a>Ma è in opere come Hair Majesty (2011) o nella serie realizzata su plexiglass che la Pinzari rivela l’intimità e la consistenza di un elemento organico come i capelli. In Hair Majesty quello che a prima vista sembra un disegno a china è in realtà un’opera realizzata interamente con i capelli delle persone ritratte, il che crea un legame diretto con il soggetto rappresentato che esula la somiglianza visiva, ma diviene piuttosto un prolungamento del corpo stesso. I capelli si intrecciano e si dispongono come una leggera trama cui si agganciano i pensieri spirituali di chi è ritratto, come un filtro di separazione del materiale e dell&#8217;istintivo da quello che è spirito e anima, i capelli creano figure intime ed interiori, che al contempo svelano un puro erotismo.<br />
Mentre per raccontare di sé Francesca sceglie plexiglass e capelli: i fili scuri delineano un contorno chiaro ed emblematico, è un feto, raccolto e capovolto come fosse nell’utero di una giovane donna pronta al parto, e allo stesso tempo fisso e immobile bloccato nel plexiglass, quasi a scopo conservativo. In queste opere l’artista lascia una propria traccia, una prova: il proprio DNA.<br />
Dopo un&#8217;acuta indagine sul corpo umano, Francesca Romana Pinzari ha concentrato il suo lavoro sul concetto di identità, invitando a riflettere sulla difficoltà di definire chi siamo in rapporto ad una società che tende a ripartire gli individui per gruppi di appartenenza – politica, culturale, religiosa, fisica.. – inglobando il singolo nel collettività.<br />
<a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_BESTIARIO_02-WEB.jpg"><img class="size-medium wp-image-273 alignleft" title="PINZARI_BESTIARIO_02 WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_BESTIARIO_02-WEB-300x298.jpg" width="300" height="298" /></a>Da qui nascono opere come il Bestiario (2011), su lastre di alluminio prendono forma delle creature mostruose, esseri composti da parti di animali esistenti e bestie fantastiche che emergono come le angosce e le inquietudini dell&#8217;essere contemporaneo dalla profondità imperscrutabile di uno sfondo scuro e corposo. O Cavalli (2012), circa 150 piccoli lavori pittorici a prima vista simili tra loro per intensità di colore e sbavature, ma in realtà tutti diversi l&#8217;uno dall&#8217;altro. Le figure, uniche e irripetibili, sono dettate dalla mano dell&#8217;artista e dalla casualità delle tecniche utilizzate. Ogni immagine è unica e seriale allo stesso tempo come gli individui che abitano la società contemporanea, persone uniche, per storia o cultura, che tendono però ad abbracciarsi per un puro senso di aggregazione.<br />
Ma l’appartenenza ad un gruppo, ad un movimento o ad una fede può condizionare e stravolgere realmente l’identità del singolo individuo? Secondo Francesca Romana Pinzari no. L’artista racconta il suo punto di vista attraverso le immagini di I am not (2011) video della performance presentata durante una session di performances all’interno della rassegna organizzata alla Yes Foundation (Olanda) lo scorso anno. Ogni individuo secondo Francesca cerca di soddisfare il proprio senso di appartenenza abbracciando filosofie, religioni e partiti politici, ma in realtà il singolo non può annullarsi nel gruppo ed è proprio da questa consapevolezza che emerge la sua frustrazione nei confronti del sistema contemporaneo.</p>
<p><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_BLOOD_AND_HAIR_WEB.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-274" title="PINZARI_BLOOD_AND_HAIR_WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_BLOOD_AND_HAIR_WEB-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_CAVALLI.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-275" title="PINZARI_CAVALLI" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_CAVALLI-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_AM_NOT_WEB.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-276" title="PINZARI_I_AM_NOT_WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_AM_NOT_WEB-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_WILL_HOLD_MY_BREATH_UNTIL_YOU_SAY_YOU_LOVE_ME_WEB.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-277" title="PINZARI_I_WILL_HOLD_MY_BREATH_UNTIL_YOU_SAY_YOU_LOVE_ME_WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_WILL_HOLD_MY_BREATH_UNTIL_YOU_SAY_YOU_LOVE_ME_WEB-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_AM_WHAT_I_AM_WEB.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-278" title="PINZARI_I_AM_WHAT_I_AM_WEB" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_I_AM_WHAT_I_AM_WEB-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a><a href="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_SENZA_TITOLO_PLEXIGLASS.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-279" title="PINZARI_SENZA_TITOLO_PLEXIGLASS" alt="" src="http://www.almostcurators.org/wp-content/uploads/2012/12/PINZARI_SENZA_TITOLO_PLEXIGLASS-150x150.jpg" width="150" height="150" /></a></p>
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